Alba dalla Tofana di Mezzo

"Galoppa, fuggi, galoppa, superstite fantasia. Avido di sterminarti, il mondo civile ti incalza alle calcagna, mai più ti darà pace". D.Buzzati

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giovedì 24 ottobre 2013

Salita sul Monte Pelmo





Il 16 settembre 2012 io e mamma abbiamo realizzato il nostro sogno: andare in cima alla montagna della nostra vita, il Pelmo. Riporto la nostra esperienza, chissà che non possa essere utile a qualcuno!


Monte Pelmo

SI COMINCIA CON I PREPARATIVI

E’ il 15 settembre 2012.
Il sole spicca alto nel cielo donando alla Val Fiorentina il cielo azzurro dell’autunno.  Dalla finestra della cucina il Pelmo sovrano regna silenzioso e irraggiungibile. Io e la mamma non siamo fisicamente preparate per affrontarlo ma la tentazione è forte e l’occasione è una di quelle che non tornano più. «Domani c’è la salita “in rosa” sul Pelmo», le dico. «Che famo? N’amo?», le chiedo in un romano un pò “abbozzato”, essendo lei nata e cresciuta a Roma. Sul Pelmo ci salì nel 1983 con il fratello gemello Renzo, senza corde e senza conoscere la strada, partendo di notte con la luna piena dal Passo Staulanza e poi su, tutto un dritto fino alla Fessura, a poca distanza dalla cima … Ma non lo sapevano. Stremati dal sole e dal lunghissimo ghiaione tornarono indietro e quella salita rimase inconclusa. «Dai, proviamoci», mi risponde quindi la mamma. «Almeno una volta nella vita voglio andare su. Ci posso andare?», chiede rivolgendosi al papà che tra un boccone e l’altro di pastasciutta mogugna un “sì” (sotto sotto ben poco convinto). Finito di pranzare schizzo in camera come un fulmine e con l’adrenalina a mille prendo il cellulare e mi precipito al piano di sopra per telefonare alle Guide Alpine di Cortina d’Ampezzo per chiedere informazioni riguardo l’evento “Pelmo in rosa” del giorno successivo.  Mi risponde una donna che gentilmente mi invita a telefonare direttamente al Rifugio Venezia, dicendomi che gli iscritti erano già molti. Allora cerco frettolosamente in internet il numero di telefono del Venezia: mi risponde Monica che mi dice che gli iscritti sono già sessanta e non sa se ci sia ancora posto per noi. «Ho capito, grazie», le rispondo con la voce improvvisamente delusa. «Prova a richiamare verso le 17», mi dice lei, «adesso le Guide Alpine sono fuori ad attrezzare la cengia di Ball ma appena tornano chiedo se possiamo inserire ancora due persone». Piena di speranza riaggancio il telefono e mi fiondo a letto! Sì, proprio a letto, perché la partenza dal Rifugio Venezia, se ci avessero preso, sarebbe stata alle 5.30 e quindi dal passo Staulanza saremmo dovute partire alle 2 di notte. Ovviamente non essendo abituata a dormire di pomeriggio ed emozionatissima immaginandomi a salire sul Pelmo, non riesco a prendere sonno. Verso le 15.30 mando un sms alla mamma. “Sei a letto?”, le scrivo. Lei sbuca dal buio della mia cameretta e mi dice: “No”, non riesce a dormire nemmeno lei. Allora mi rialzo e dopo aver mangiato il gelato e dato la pappa al coniglietto attendo le 17 contando i secondi. Ebbene, non resisto alla tentazione e alle 16.45 esatte richiamo il Rifugio Venezia: nessuna risposta. Mentre sogniamo il Pelmo, al rifugio non risponde nessuno e la nostra speranza rimane appesa a un filo (del telefono, in questo caso) fino alle 18.10 quando finalmente qualcuno risponde. Monica però non è nei paraggi e molto gentilmente l’uomo dall’altra parte mi chiede di lasciargli il numero di cellulare perché mi avrebbe fatta richiamare. Trascorrono così altri 10 minuti finché il telefono si mette a squillare e Monica mi da l’ok dicendomi che da Zoppè di Cadore avremmo potuto prendere la navetta delle 5.30 che ci avrebbe portate fino al Venezia. Urlando “Yu-uuu!” vado ad annunciare la notiziona alla mamma che nel frattempo guarda le foto della Desmontegada di Selva assieme a Luca, il quale è felice per noi ma, sotto-sotto, teme!
Comincia così l’avventura verso la cima dei nostri sogni: con una spesa all’ultimo momento alla Coop di Santa Fosca, due pucce con lo speck e qualche fico secco, succhi, thè e cioccolata. Poi la sera alla Desmontegada, la benzina a Caprile (perché a Selva il distributore non è ancora stato ricostruito) e dopo una bella tisana camomilla e liquirizia, alle 23.30 vado a letto, già certa di non chiudere occhio.

LA CONQUISTA "ROSA" DEL PELMO

E’ il 16 settembre 2012 da poco.
Sono infatti le 3.30 quando suona la sveglia e il cielo splende di stelle. Il termometro segna 6°, poi 5°. Non vedevo l’ora che arrivasse il momento e come previsto, non ho dormito. Mi alzo pimpante come non mai e trovo già la mamma in cucina: anche lei non ha dormito. Facciamo colazione e prepariamo le ultime cose. Fuori è buio pesto e freddo. Intanto si alza il papà e anche il cane (Dakino) che, vedendoci tutti svegli, si convince sia l’ora della sua passeggiata. Lego i capelli in due trecce, metto gli scarponi ben allacciati, carico la macchina fotografica nello zaino e sono pronta. Non tolgo neanche l’anello questa volta … . Alle 4.30 saliamo in macchina e da Pescul andiamo verso Zoppè di Cadore. Lungo il percorso incontriamo solo un paio “d’anime notturne”: due persone che bevono una lattina di qualche cosa su di un tavolino sopra Pecol e un cervo enorme a Zoppè, con un nastro bianco e rosso incastrato sul palco, probabilmente strappato dalla recinzione di qualche orto. Arriviamo sopra l’eliporto: ci sono due ragazzi e un gruppo di 4 o 5 vicentini che però non partecipano a “Pelmo in rosa”. Raffaella ci fa salire sulla sua jeep – navetta (pagando 6 euro a testa) e imbocchiamo la strada sterrata che conduce al Venezia. Cerco di sbirciare dal finestrino tra un salto e l’altro ma non vedo nulla, anche se il cielo comincia a essere più blu che nero. Dopo dieci minuti scarsi arriviamo ad una panchina: qui Raffaella ci fa scendere e ci dice di proseguire a piedi da soli mantenendoci sulla destra. Ci aspettavamo di arrivare più vicine al rifugio e invece lo scollinamento sembra piuttosto lontano. Fortunatamente ho la torcia nello zaino e a passo svelto ci incamminiamo. È già tardi. Intanto lentamente si fa luce, spariscono le stelle e la sagoma scura del Pelmo inizia a intravedersi, buia e inquietante, avvolta da nuvole in semicerchio, scudiere della montagna.  In una mezz’ora raggiungiamo il Venezia e a questo punto possiamo spegnere la torcia.

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C’è un po’ di movimento ma in molti sono già partiti. Entriamo e facciamo una brevissima fila per iscriverci (20 euro a testa, compreso buono pasta, merendine, maglietta ricordo e una bottiglietta d’acqua). Nel frattempo vedo e saluto con piacere Andrea Cecchella che presumo segua l’evento con la telecamera per Telebelluno. “Pelmo in rosa” vuole infatti ricordare una data importante: il 120° anniversario della salita al Pelmo della prima donna italiana, una certa Irene Pigatti di Colle Umberto ma anche il 120° anniversario dalla nascita del Rifugio Venezia, l’11 settembre dello stesso anno. Le Guide Alpine di Cortina, con la collaborazione del Soccorso Alpino di San Vito di Cadore, hanno messo in sicurezza per questa giornata tutta la cengia di Ball, di modo da permettere alle meno esperte (come noi!) di superare i passaggi più esposti e pericolosi. Erano attese dunque tante donne ma noi vediamo tanti uomini! Che siano già partite tutte? Probabilmente sì perché, dopo aver indossato l’imbrago, cominciamo la nostra salita (alle 6.40) e ci seguono solo poche persone con le guide che chiudono la fila.

Antelao

Man mano che ci avviciniamo alla parete ancora bagnata dal grigio della notte, alle nostre spalle il mondo si sveglia. L’ Antelao sgomita nel cielo per farsi spazio tra le nuvole e ce la fa: un raggio di sole lo attraversa, sopra il bosco scuro si alza la luce e sopra “sua maestà” re Pelmo si posa l’arancione dell’alba.

Monte Pelmo
Monte Pemo

Il calore che sfiora la roccia provoca una reazione incredibile e dal re si innalza un pulviscolo rosa tremendamente bello. Attimi e poi tutto scompare.

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In 20 minuti arriviamo all’attacco dove vediamo che c’è un po’ da attendere per iniziare. Tempo di toglierci giacca e maglione, di indossare il casco e tocca già a noi. Qualcuno sussurra “questa è la cengia di Ball”, la famosa e temuta cengia di Ball, battezzata così in memoria di John Ball, il primo che la attraversò il 19 settembre 1857, in compagnia di un cacciatore locale. Le guide l’hanno attrezzata bene, come una ferrata. Non è per me la prima volta sul tratto iniziale della cengia: qualche anno fa, con Sandro Corolli di Roma, ci siamo infatti incamminati verso la Val d’Arcia senza resistere alla tentazione di dare una “sbirciatina” alla cengia che avevamo salito sprovvedutamente senza corde raggiungendo una parte piuttosto esposta del sentiero dove un cordino mal messo, consentiva il passaggio da una parte all’atra (che io attraversai).
Mamma va avanti, io aspetto un po’ e poi mi aggancio alla corda. La guida, Paolino, mi da un po’ di zenzero che accetto di gusto. Si comincia e non mi sembra vero! Guardo giù e mi accorgo che il Venezia è già decisamente piccolo, avvolto nella nebbia, sembra tutto surreale.

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Andiamo avanti senza difficoltà perché siamo legate ma il sentiero è stretto (va da un metro a un massimo di un metro e mezzo) e molto esposto, basta un niente per cadere dalla parte sbagliata, lo testimoniano le lapidi che si incrociano lungo il percorso che certamente non ci rassicurano (ma cosa stiamo facendo?!).  La prima ricorda un giovane di all’incirca 14 anni (se ho fatto i conti giusti), su di un passaggio non semplice, probabilmente il  Passo dello Stemma (lo “Stemma d’Italia”, lo chiama il papà). In un alcuni punti siamo leggermente in difficoltà perché la roccia dove mettere le mani è scivolosa. Davanti a noi c’è però una guida che ci indica la via da seguire. Non c’è niente di impossibile fino a questo punto ma serve concentrazione, bisogna essere pronti fisicamente ma soprattutto psicologicamente. La cengia taglia orizzontalmente la roccia, è lunga quasi un chilometro e per tutto quel chilometro rimane costantemente esposta.

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In alcuni punti l’acqua che sgorga dalle fessure rende le rocce scivolose e scivolano davvero! Proseguiamo tranquillamente scattando anche parecchie fotografie, mentre Cecchella saltella come un camoscio da una parte all’altra con la telecamera in mano. Si trova esattamente sotto di me quando comincio l’attraversamento del famoso Passo del Gatto, quello che si dice debba essere attraversato strisciando a carponi perché il sentiero si interrompe e c’è una rientranza di qualche metro. La corda messa dalle guide costringe però a un passaggio sull’esterno.

Passo del Gatto

Lo superiamo tranquillamente (“tranquillamente” perché siamo legate!) e mi sembra decisamente più semplice del Passo dello Stemma. Proseguiamo e raggiunto un punto sicuro per fare le fotografie ci guardiamo indietro. La cengia fa paura: non ci sembra possibile di essere passate per di là. E’ vertiginosa, verticale, scura, bagnata. Ti sfida ma io non la sfido perché è la montagna che amo e quindi la rispetto.
La nebbia intanto continua a salire, il sole è scomparso e dalla fine della cengia imbocchiamo il sentiero ghiaioso. Mi mangio un fico secco, mamma dei biscotti. La convinco a mangiare un fico e ripartiamo. La salita comincia ad essere dura: infatti gli uomini davanti a noi ben presto ci seminano! Poco importa, andiamo avanti con il nostro passo e con qualche difficoltà perché la nebbia copre tutto e non riusciamo a individuare gli omini di sasso. Continuiamo a salire, salire, salire, senza sapere dove siamo né da che parte siamo girate.

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Intanto sento qualcuno parlare delle impronte di dinosauro trovate da Vittorino Cazzetta sotto al Pelmetto. L’eco di qualche mucca lontana risuona tra le rocce e mi pare proprio di essere nel giurassico in compagnia di qualche dinosauro erbivoro.
Sono un po’ amareggiata dal nulla che si vede attorno: grigio solo grigio e un sentiero che si intravede appena. Due ragazzi dietro di noi faticano a salire: menomale non siamo le uniche! Dopo un po’ ci fermiamo a bere: strizzo gli occhi e vedo un sasso che non avevo notato. «Guarda! Ti eri accorta di quel sasso grande lì davanti a noi?», dico a mamma. «Non l’avevo mica visto! Vuol dire che si sta aprendo la nebbia». Nel frattempo tiriamo fuori le bottigliette, beviamo … Dieci secondi … Rialziamo lo sguardo dove fino a poco fa era tutto grigio e vediamo che quel grande sasso che sbuca davanti a noi è la parete del Pelmo che come per magia compare dalle nuvole, maestoso come mai lo avevo visto, come un sogno, un’apparizione momentanea, un regalo.

Monte Pelmo

Ci fermiamo incantate, è enorme: vediamo i suoi due spalloni, i “braccioli” del trono e capiamo di essere nel Valon. Ricaccio la bottiglietta di tutta fretta nello zaino per fare una fotografia … Dieci secondi … rialzo lo sgiuardo ed è già sparito tutto. Si è fatto vedere un attimo per darci la forza di andare avanti. Camminiamo qualche minuto e poi la mamma mi dice: “Irene, girati!”. Mi giro e vedo quello che mai avrei potuto sperare.

Monte Pelmo
Monte Pelmo

Il cielo si è aperto dietro di noi lasciando candide nuvole bianche a ricoprire interamente la terra. Spuntano solo le cime delle montagne più alte che stento a riconoscere. Vedo bene la Gusela del Vescovà e pian piano anche una parte del profilo dell’Antelao. Sopra le nuvole e sopra le cime splende il sole nel cielo azzurro: sembra un mare di neve mosso da onde di vento. Lascio all’immaginazione il numero di foto che ho scattato! Poco dopo, ricompare anche il Pelmo. Il pulviscolo grigio che si muove rende le rocce animate e ci sembra quasi che si muovano verso di noi divenendo sempre più grandi. Visto da dentro il “Pelf” è ancora più maestoso e inviolabile. E’ qui che scorgo tra i sassolini una lumaca e guardando avanti vediamo finalmente cosa ci aspetta.

Monte Pelmp

Chi ci precede è già sulla seconda cengia che vista da qui sembra verticale e insormontabile ma quando ci arriviamo sotto, vediamo che è praticamente fatta a gradoni, semplici da salire e meno faticosi del lunghissimo ghiaione appena superato. La mamma dice che la cima è quella che già vediamo sulla sinistra ma io credo non sia possibile perché è davvero troppo a sinistra. Salendo infatti ci rendiamo conto che non è lì e terminati i gradoni si apre davanti a noi l’immenso Vant: il sedile del trono, l’anfiteatro da dove guardare lo spettacolo della Vita che così all’improvviso ti lascia senza fiato.

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Monte Pelmo

Devo girare la testa a 180° per riuscire a guardare tutta l’eternità di roccia. In mezzo, l’immenso ghiaione, dove si adagiava un tempo l’antico ghiacciaio ormai scomparso. C’è solo qualche sporadica traccia di neve. Sopra i tre torrioni di roccia che ho imparato a disegnare a memoria affacciata dalla finestra della nostra casa a Pescul e poco più in là, la croce della cima che luccica. Sembra impossibile essere qui, eppure ci siamo. “Ci siamo” per modo di dire, la vetta è ancora lontanissima, c’è tutto il faticoso Vant da attraversare (qui ho visto una farfalla). Andiamo avanti a “fichi secchi”. La mamma prende il passo, io arranco dietro tra una foto e l’altra smangiucchiando neve di Pelmo (e quando mi capita più?!): buona, fresca, glaciale e dissetante. Incoscientemente ci cammino sopra senza pensare che sotto potrebbe esserci anche un buco, infatti sprofondo quasi fino al ginocchio in una chiazza davvero poco estesa e smetto immediatamente di farmi granite di neve!

Monte Pelmo

Noto che il sentiero passa vicino a fessure molto profonde e a enormi buchi cavernosi dentro i quali scendono rigoli d’acqua. Incontriamo anche due piccoli laghetti semi ghiacciati (un minuscolo catino d’acqua lo avevamo incontrato anche alla fine della cengia). Mi ricordano un po’ quelli che vidi sulla Marmolada qualche anno fa. Salendo verso ovest il sentiero si fa sempre più vario: un po’ a gradoni e un po’ a roccette. Mi attacco ad una di esse per tirarmi su e mi rimane letteralmente in mano. Il Pelmo è fragile e rosa. Incontriamo Cecchella ormai di ritorno. Ci saluta e io gli dico: “Ce la faremo!”. Dopo una lunga, lunghissima salita arriviamo sulla spalla sinistra del Pelmo, alla così detta Fessura che lo divide dal Pelmetto, dove mamma si bloccò nell’ ’83. E’ un’emozione enorme. Io la chiamo “fessura della luna” perché dal sentiero che conduce al rifugio Città di Fiume, l’estate di un paio d’anni fa, fotografai una luna semipiena esattamente lì in mezzo: chissà che non ne sia rimasto un pezzetto incastrato da qualche parte.

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Mi sdraio sulla roccia liscia e mi sporgo il più possibile per fare le foto verso la Val Fiorentina con il cuore a duemila. Tira un vento gelido e siamo costrette e rimetterci il maglione. Mamma mi dice di seguirla verso sinistra dove la Fessura si vede meglio: fa impressione. Siamo sospese su una sporgenza che sembra cadere da un momento all’altro dove profonde sfesature non sono rassicuranti. Il Civetta sbuca dalle nuvole e la cima del Pelmetto si vede nitida e vicina. Sembra una grande frana: tutto è ghiaioso e ogni sasso pare in bilico. Ecco perché non ci va nessuno. Comunque ormai siamo arrivate, manca pochissimo. Due giovani ragazzi ci dicono che la cima è davvero poco sopra. Scattiamo come due lepri.

Monte Pelmo

L’ultimo tratto è sulla cresta, verso destra. Siamo di nuovo in un punto davvero esposto ma questa volta ad oltre 3000 metri d’altitudine con a sinistra la parete verticale che si schianta direttamente sul ghiaione ai piedi del Pelmo e dall’altra la parete vuota verso il Vant. Il sentiero è strettissimo e una folata di vento basterebbe a far perdere l’equilibrio. Qui le guide hanno attrezzato il percorso e possiamo metterci in sicurezza, specie per superare un paio di metri di “arrampicata” sopra un masso sporgente, dove le guide ci aiutano indicandoci gli appoggi. Da qui guardare giù è spaventoso: mamma non guarda. Io butto l’occhio un po’ ipnotizzata e un po’ impaurita.

Monte Pelmo

Dopo il difficile passaggio ci sganciamo dalle corde e in pochi minuti, alle 12.30, raggiungiamo la vetta di “sua maestà” re Pelmo. Altissimo. 3.168 metri sopra il mare, probabilmente zero metri sotto il cielo. Non riesco a rendermi conto di essere davvero sulla montagna della mia Vita e di poter finalmente vedere con i suoi occhi il mondo intero. Tutte le montagne, dalla Marmolada all’Antelao, dalla Schiara al Civetta, il Sella, il Latemar, il Catinaccio, il Sassolungo, le Tofane, Croda da Lago … Il mio paese, Pescul. Tutta la Val Fiorentina. Mi passa in testa tutto e niente, non capisco più niente. Non so più da che parte guardare. E’ tutto meraviglioso e al tempo stesso inquietante. Pericolosamente bello. Mi sdraio nuovamente sulla cresta e strisciando raggiungo l’orlo per fotografare il vertiginoso abisso. L’obbiettivo è sul vuoto. Per un istante sono più alta del Pelmo.

Monte Pelmo

Il lago delle Baste è grande quanto il brillantino del mio anello. Alle nostre spalle tutto è invece coperto dalle basse nuvole bianche, solo l’Antelao fa capolino con la testa nel cielo. Ci facciamo scattare un paio di foto accanto alla croce e poi ci fondiamo affamate sulla nostra puccia. Fa freddissimo. Per il vento più che per altro. Non trovo parole per descrivere nulla. E’ un sogno. Sul libro di vetta infatti non riesco a scrivere niente. Con le mani congelate dal vento, scrivo solo: “Irene Pampanin da Pescul”, mentre la mamma riesce a scrivere anche “ho realizzato il mio sogno”.

Monte Pelmo
Monte Pelmo
Monte Pelmo
Monte Pelmo

All’una in punto cominciamo la discesa, senza essere riuscite ad avvisare nessuno perché il cellulare non prende. Scende con noi la guida Paolino che ci fa strada tra gradoni e roccette. La discesa è ardua quanto la salita, considerando anche la stanchezza. Notiamo sulla Fessura due labbra scolpite nella roccia. Le guide dietro di noi (siamo le ultime a scendere?!) ci spiegano che sono state scolpite da un certo Olivotto e rappresentano un sorriso. Percorriamo il Vant tranquillamente e arriviamo alla cengia che conduce al Valon. «Io di solito almeno una volta scivolo sempre», dico a Paolino. «Va bene ma aspetta dopo la cengia per scivolare», mi risponde. Da qui comincia ad essere più dura. Il sentiero non è ben segnato e si scivola molto facilmente sulla ghiaia. Arrivati sul Valon seguiamo Paolino che intanto ci invita a scendere saltellando velocemente sul ghiaione. La mamma scivola ben sei volte di seguito! «Perché hai girato la testa per guardare indietro e hai perso l’equilibrio!», le dice la guida. Ed era vero. La discesa è terribile: con noi ci sono altri due giovani ragazzi ma la paura di scivolare ci rallenta e ci affatica le gambe. Il ghiaione è lunghissimo. Salendo non ce ne eravamo resi conto. Non finisce più. Quando finalmente raggiungiamo l’attacco della cengia di Ball mettiamo il casco e ci assicuriamo alle corde. Siamo stanche ma ancora attente e concentrate. Superiamo abbastanza tranquillamente il Passo del Gatto ma nuovamente ci troviamo un po’ in difficolta sul Passo dello Stemma, liscio e scivoloso. Anche più avanti un altro passaggio è diventato come il sapone ma non è esposto.

Monte Pelmo

Mamma scivola nuovamente (e siamo a sette!). Raggiunta la parte finale della cengia piombiamo sul ghiaione e senza nemmeno toglierci il casco filiamo di corsa verso il Rifugio Venezia, dove giungiamo dopo 3 ore e mezza di discesa. Qui ci consegnano il “diploma” di partecipazione. Ad attenderci il papà, Luca e Adri. Li salutiamo velocemente felici di vederli ma poi pensiamo subito al piatto di pasta che ci aspetta all’interno, condito con salciccia e funghi. Nel rifugio è pieno di gente e qualche zoppedino viene a salutarmi. Intanto Adri torna a casa da dove è venuto mentre io, Luca, la mamma e il papà torniamo verso Zoppè di Cadore. La strada è lunga e fangosa. Giunti alla panchina dove all’alba Raffaella ci aveva lasciati, io e Luca ci sediamo a bere. Sentiamo una jeep rossa arrivare, alla guida c’è Danilo e sul cassone la mamma e il papà che ci salutano allegramente in compagnia di una comitiva di giovani. Caricano anche noi sul cassone della jeep: siamo in 15 a bordo! Ci accompagnano fortunatamente fino alla macchina e il Pelmo sovrano ci saluta, immobile e maestoso, impenetrabile ancora più di prima.

 Irene P.

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RACCONTO PUBBLICATO NEL LIBRO
LA RICETTA DELLA NOTTE PERFETTA


Copertina - Uscita: 29 gennaio 2014